{"id":2450,"date":"2021-12-31T13:23:19","date_gmt":"2021-12-31T12:23:19","guid":{"rendered":"https:\/\/ambbelgrado.esteri.it\/news\/dall_ambasciata\/2021\/12\/border-game-vite-sospese-sulla\/"},"modified":"2021-12-31T13:23:19","modified_gmt":"2021-12-31T12:23:19","slug":"border-game-vite-sospese-sulla","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/ambbelgrado.esteri.it\/it\/news\/dall_ambasciata\/2021\/12\/border-game-vite-sospese-sulla\/","title":{"rendered":"BORDER GAME, VITE SOSPESE SULLA ROTTA BALCANICA. SEI PENTITO DI ESSERE PARTITO? \u00abS\u00cc. ORA NON HO PI\u00d9 SOGNI\u00bb"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Border game, vite sospese sulla rotta balcanica. Sei pentito di essere partito? \u00abS\u00ec. Ora non ho pi\u00f9 sogni\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di Edoardo Albinati, Francesca d\u2019Aloja, foto di Marcello Pastonesi<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una coppia di scrittori percorre la distanza dalla Serbia a Trieste mescolandosi con i disperati che provano a entrare in Europa, quasi sempre respinti alle frontiere in modo violento. Scoprendo che dal dolore di questa gente spesso si sprigiona un\u2019imprevedibile vitalit\u00e0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Edoardo Albinati e Francesca d\u2019Aloja hanno preso parte a una missione organizzata dall\u2019Agenzia Onu per i Rifugiati-UNHCR in Serbia e a Trieste. Accompagnati da Carlotta Sami, portavoce UNHCR in Italia, hanno incontrato e conosciuto la realt\u00e0 di tanti rifugiati e migranti che si trovano lungo la famigerata \u201crotta balcanica\u201d. Hanno incontrato volontari e persone delle istituzioni serbe e italiane e approfondito la realt\u00e0 di chi ha deciso di fermarsi in Serbia, un paese che sta facendo enormi sforzi per creare opportunit\u00e0 per l\u2019integrazione, e chi ha invece proseguito, sperimentando decine di volte il cosiddetto \u201cgame\u201d, il tentativo di superare le frontiere di vari paesi europei, spesso respinti in modo crudele e violento. Ed infine chi accoglie e chi \u00e8 accolto a Trieste. Un racconto a due voci che riflette quanto siano fragili gli equilibri alle frontiere europee e quanto colpiscano in modo drammatico l\u2019esistenza di persone fragili ma desiderose di ricostruirsi la vita in modo sereno e costruttivo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca d\u2019Aloja: \u00abDecompressione. \u00c8 di questo che ha bisogno la mia mente al rientro dalla missione balcanica con l\u2019Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati-UNHCR. Non \u00e8 semplice ritrovare le proprie ordinarie abitudini nel passaggio da una realt\u00e0 cos\u00ec spaventosamente diversa e tremendamente vicina, alla mia vita di tutti i giorni. Le luminarie natalizie, le vetrine ammiccanti certo non aiutano, rendono tutto pi\u00f9 insensato. \u201cJust try to put yourself in the same situation\u201d \u00e8 la frase che mi ha accompagnato per tutto il viaggio. L\u2019ha pronunciata Nikola Kovacevic, il giovane avvocato serbo a cui l\u2019UNCHR ha riconosciuto quest\u2019anno il Nansen award europeo per il suo lavoro in difesa dei diritti di profughi e rifugiati. Una frase tanto semplice quanto fondamentale ma anche, lo confesso, difficile da far propria. Io davvero non so, non posso sapere cosa significhi sopportare certe umiliazioni, non conosco l\u2019origine di quella forza misteriosa che fa andare avanti questa gente sebbene una parola per definirla esiste: disperazione. Ne ricavo una prova tangibile e violenta all\u2019indomani del nostro arrivo in Serbia. E forse \u00e8 giusto cominciare dall\u2019orrore, uno schiaffo che brucer\u00e0 per i giorni a seguire\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Majdan, Serbia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo:\u00abLa Serbia \u00e8 un paese che confina con altri otto. Attraverso le piatte distese della Vojvodina, stiamo arrivando alla triplice frontiera con Ungheria e Romania. Un paesaggio inospitale. Villaggi perlopi\u00f9 abbandonati, le finestre sfondate o con le serrande chiuse, i tetti ondulati per il cedimento delle travi. Questa parte della Serbia si sta spopolando, se ne vanno all\u2019estero o a Belgrado\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abMajdan. Gi\u00e0 dal nome la localit\u00e0 evoca ricordi sinistri, basta aggiungere \u201cek\u201d finali per comporre l\u2019orrendo Majdanek, il campo di concentramento polacco. L\u2019assonanza non \u00e8 solo fonetica, purtroppo. Ci arriviamo dopo tre ore di auto e chilometri di paesaggi nebbiosi come in un film di Tarkovskij, casolari in rovina, piccole fattorie dimenticate. \u00c8 a una di queste costruzioni, una stalla diroccata, che siamo diretti. Si staglia in mezzo al nulla, circondata da pozzanghere e sterpaglie. Di fronte a quello che fatico a definire ingresso, c\u2019\u00e8 un gruppo di uomini che battono i piedi per il freddo (la temperatura \u00e8 scesa sotto lo zero): la prima cosa che salta agli occhi sono le loro scarpe, perlopi\u00f9 sneakers in tela. Ma l\u2019abbigliamento non \u00e8 meno incongruo: tute acetate, giacche a vento che sarebbero inadatte pure a Palermo, pochissimi indossano i guanti, quasi tutti un berretto in pile. Ci stavano aspettando. Alle loro spalle una lamiera funge da protezione all\u2019accesso del ricovero che ci apprestiamo a varcare con la reticenza di chi prevede che oltre la soglia lo aspetta un girone infernale. E tale \u00e8. Una struttura rettangolare lungo il cui perimetro grandi aperture lasciano entrare un vento gelido. Sul pavimento \u00e8 disseminata una cinquantina di minuscole tende sudice e lacere, con intorno un tappeto di lerciume. C\u2019\u00e8 un odore aspro, sprigionato dai materiali utilizzati per accendere fuochi di fortuna: pneumatici, cartoni e poca legna, perlopi\u00f9 umida e quasi inservibile. Si fa avanti un ragazzo, fradicio, \u00e8 appena tornato dopo l\u2019ennesimo tentativo di traversare il confine rumeno, il famigerato \u201cgame\u201d. I poliziotti lo hanno minacciato con la pistola seguendo l\u2019ottuso rituale del pushback. E lui: \u201cPerch\u00e9 mi punti addosso la pistola? Non sono un animale pericoloso!\u201d. \u201cWe are no animals, we are no criminals\u201d sono le frasi che ripetono insistentemente anche a me. Vorrei rispondere che se anche lo fossero non meriterebbero un trattamento del genere, e che il termine criminale andrebbe semmai rivolto a quelli che li respingono in maniera pi\u00f9 o meno brutale. Siamo in Europa, santiddio. C\u2019\u00e8 anche un bambino, avr\u00e0 otto anni. Non lascia mai la mano del padre, ed \u00e8 l\u2019unico, in quell\u2019inferno, a regalarmi un sorriso. Ingoio una bestemmia insieme alle lacrime che faccio fatica a controllare. Penso alla notte che si avvicina, ai telefoni scarichi (il loro vero e unico tesoro), alle temperature implacabili, a me, che fra qualche giorno torner\u00f2 nel paese che sognano\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo:\u00abMolti di loro hanno ai piedi nudi un paio di Croc semisbriciolate. Mostrano le loro piaghe e cicatrici, frutto della guerra o dei maltrattamenti polizieschi. A parte le randellate e le ustioni di sigaretta e ferro da stiro, la violenza pi\u00f9 odiosa l\u2019ha subita un siriano a cui i gendarmi si sono limitati, sadicamente, a rompere gli occhiali. Quando li intercettano, gli fregano i soldi, gli spaccano i cellulari, affinch\u00e9 non ci provino pi\u00f9, eppure loro continuano a provarci. Nel gergo della rotta balcanica, si chiama \u201cgame\u201d, il tentativo ripetuto di scavalcare le frontiere, dieci volte, venti o trenta volte: una specie di lotteria, o di roulette, la cui posta \u00e8 la vita. \u201cVedi, la migrazione \u00e8 come l\u2019acqua. Blocchi un punto e comincer\u00e0 a gocciolare da un\u2019altra parte.\u201d E i paesi confinanti? Da qualche po\u2019 di tempo i croati stanno pi\u00f9 attenti a non esagerare, vista la cattiva stampa su come trattavano i migranti (leggi: vere e proprie torture). L\u2019Ungheria fin dal 2016 si era portata avanti militarizzando tutta la frontiera con filo spinato e posti di blocco. La polizia rumena ancora ricorre alla tradizionale tecnica delle legnate. \u201cMa qui, riuscite a pregare?\u201d, chiedo, visto che molti sono musulmani e hanno il precetto di farlo cinque volte al giorno. \u201cCome possiamo?\u201d, e indicano il fango cosparso di detriti dove inginocchiarsi. Dentro quel capannone, brulica un\u2019umanit\u00e0 allo stremo eppure ancora bizzarramente vitale: figure simili a quelle che nel mese di novembre abbiamo visto annaffiare con gli idranti sulla frontiera tra Polonia e Bielorussia. Uno yemenita timidamente protesta perch\u00e9 non si parla mai del suo paese, e ha ragione, lo Yemen ha visto, a oggi, quattro milioni di persone costrette a fuggire per la guerra\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Davvero non so cosa significhi sopportare certe umiliazioni, non conosco l\u2019origine della forza misteriosa che fa andare avanti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abSi avvicina un altro ragazzo. \u00c8 un ingegnere irakeno, parla un ottimo inglese. E\u2019 tornato ora al fienile dopo aver tentato, all\u2019alba, il suo venticinquesimo game. Si \u00e8 sentito male, non riusciva ad andare avanti per il freddo. \u201cDomani ci riprovo,\u201d dice, \u201c\u00e8 la mia sola possibilit\u00e0\u201d. I pochi chilometri che li separano dal confine sono la chimera che spiega quel pernottamento allucinante. C\u2019\u00e8 gente che sta qui da mesi. Hanno affrontato ogni genere di rischio, sono finiti nelle mani di trafficanti senza scrupoli, hanno patito freddo e fame alla ricerca di una \u201cvita dignitosa\u201d e non vogliono fermarsi in un paese che (nonostante sia sicuro e offra crescenti opportunit\u00e0 di integrazione) offre salari insufficienti a ripagare i debiti contratti per affrontare il viaggio: la Germania, la Francia, l\u2019Austria sono le mete ambite, il sogno europeo. C\u2019\u00e8 dell\u2019epica in questo movimento umano inarrestabile. Vanno avanti e non si fermano, nonostante muri e fili spinati. L\u2019ultimo schiaffo me lo riserva il passaggio di un pakistano che mi mostra una pentola con un fondo di maccheroni incollati. \u201cPasta italiana!\u201d mi dice nel suo tragico omaggio alle nostre origini. Che Dio ci perdoni\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo: \u00abFuori dal capannone, nel nulla del nulla, un paio di sagome incappucciate palleggiano per ingannare il freddo e il tempo, il pallone bucato quando piomba nel fango non rimbalza. Dopo un po\u2019 smettono. La linea dell\u2019orizzonte si dissolve nel livido crepuscolo invernale: l\u00ec, a qualche chilometro, oltre l\u2019invisibile confine, a destra c\u2019\u00e8 la Romania, a sinistra l\u2019Ungheria. Risaliti in macchina, Francesca piange di sconforto sulla spalla di Carlotta Sami. Alcuni desperados di Majdan ci salutano con la V di indice e medio: il segno di vittoria pi\u00f9 incongruo che io abbia mai visto. Molte ore di macchina dopo, belli cotti, ci infiliamo in un locale di Belgrado dove rifugiati iracheni e di ogni dove hanno cucinato piatti buonissimi, e li condividono con i locali. Malgrado la stanchezza \u00e8 una bella serata, il cibo resta la pi\u00f9 semplice occasione di incontro. Schiacciando tra i denti semi di melograno, piccole esplosioni dolci, cerco di non pensare troppo a quello che abbiamo visto stamattina. Cio\u00e8, dovrei pensarci, in fondo siamo qui per questo, no? ma preferisco non farlo e riuscire a dormire stanotte. Non mi si leva dalla testa una frase sentita a Majden: \u201cIo mi chiedo solo: perch\u00e9 ci umiliano cos\u00ec?\u201d\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>MIRATOVIC E PRE\u0160EVO, SERBIA<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abPartiamo all\u2019alba da una Belgrado coperta di neve, ci aspettano quattro ore di viaggio per raggiungere il confine con la Macedonia del Nord, l\u00e0 dove transit\u00f2 quasi un milione di persone in fuga dalla Siria, tra giugno 2015 e marzo 2016\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo: \u00abA Miratovac, proprio sul confine con la Macedonia. Nevica fitto lungo il binario desolato che congiunge i due paesi. Il nostro accompagnatore Boban (il classico omone serbo) ricorda quando lungo quel binario camminava inesorabile una folla di migliaia di persone ogni giorno. L\u2019epico esodo dei siriani. Ora le tende vuote sbattono nel vento\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Un ingegnere iracheno \u00e8 tornato al fienile dopo aver tentato, all\u2019alba, il suo venticinquesimo game. \u00abDomani ci riprovo\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00ab\u201cAbbiamo imparato molto da quell\u2019emergenza\u201d ci dice Liria, responsabile del team UNHCR per il campo di Pre\u0161evo. \u00c8 una donna in gamba, Liria, entusiasta del proprio lavoro. Dopo averci rifocillato con specialit\u00e0 albanesi (la maggioranza della popolazione qui \u00e8 albanese), ci accompagna a visitare l\u2019RTC (Reception Transit Center), che un tempo era una fabbrica di tabacco. I vari reparti, dal refettorio ai dormitori, dal magazzino alle lavanderie sono ben organizzati, puliti. Ci sono spazi per le famiglie e i bambini possono frequentare la scuola. Da quando i confini degli Stati lungo la rotta balcanica sono stati chiusi, il flusso si \u00e8 naturalmente ridotto e il viaggio verso l\u2019Europa \u00e8 diventato sempre pi\u00f9 costoso e pericoloso. \u201cQuelli che hanno soldi ce la fanno\u201d mi dice un ventenne siriano alludendo all\u2019unico sistema che garantirebbe loro l\u2019ingresso in Europa: affidarsi (sarebbe pi\u00f9 corretto dire consegnarsi) ai trafficanti. Il business della migrazione non \u00e8 mai in perdita, sulla disperazione si guadagna, e in nome del profitto si compiono impunemente soprusi inauditi. Una violenza che si legge negli occhi e nei corpi spesso martoriati di persone che non chiedono altro che il riconoscimento di un diritto sancito dalle convenzioni internazionali. Li vediamo deambulare in ciabatte attraverso i reparti del centro. Sono quasi tutti giovani maschi partiti mesi, anni prima (la concezione del tempo viene rielaborata continuamente, l\u2019unico punto fermo resta la data di partenza, quella di arrivo \u00e8 imponderabile), che hanno congelato porzioni di vita legittime. Non coltivano amicizie, amori, non conoscono la spensieratezza, l\u2019illusione di un sogno, il diritto a giocare a lavorare a divertirsi a sorridere. Nel piccolo corridoio che immette all\u2019infermeria sono seduti alcuni ragazzi in attesa della visita medica. \u00c8 buio e quasi tutti hanno il volto seminascosto dal cappuccio della felpa, ma uno di loro colpisce la mia attenzione (o forse i miei sensi)\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Non coltivano amicizie, amori, non conoscono la spensieratezza, il diritto a giocare a lavorare a divertirsi a sorridere<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ha le mani in tasca, la postura difensiva, guarda in basso. Poi solleva lo sguardo e in quella penombra m\u2019illuminano i suoi occhi. Occhi afghani, gli stessi potenti occhi della ragazzina ritratta nel famoso scatto di Steve McCurry e che appunto, solo in quel luogo della terra esistono. Sono bellissimi e dolenti, forse sufficienti a spiegare, insieme alla ruga incongrua che segna la sua fronte di quattordicenne, quali difficolt\u00e0 abbia attraversato lungo il cammino (il solito: Afghanistan-Iran-Turchia-Grecia-Bulgaria\u2026) che lo ha portato, per adesso, fin qui. Migliaia di chilometri macinati insieme a \u201cdue cugini\u201d (il virgolettato \u00e8 purtroppo d\u2019obbligo, non essendo mai certa la veridicit\u00e0 di parentele dietro le quali si possono nascondere profittatori di ogni genere). Prima di lasciare Pre\u0161evo, chiedo a Liria di raccontarci un episodio che l\u2019ha colpita pi\u00f9 di altri, e lei risponde senza troppo pensare, segno che quel ricordo, nonostante siano trascorsi sei anni, \u00e8 ancora vivo e presente: \u201cFra le migliaia di persone notai una ragazza che teneva in braccio un bambino di pochi mesi. Il piccolo, affamato, piangeva disperato, ma la mamma non aveva pi\u00f9 latte. Allora mi offrii di allattarlo io, avevo partorito da sei mesi e il latte non mi mancava\u2026\u201d Liria si commuove e noi insieme a lei. Viene in mente la straordinaria scena finale di Furore di Steinbeck, con il vecchio moribondo allattato dalla ragazza che ha appena avuto un bambino: \u201cI know love and fortune will be mine\/ Somewhere across the border\u201d\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>KRNJACA, BELGRADO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abNur \u00e8 nata a Herat, in Afghanistan, ed \u00e8 arrivata in Serbia quattro anni fa insieme al marito e ai tre figli. Hanno tutti fatto richiesta di asilo, la loro vita ricomincia da qui. Sta seduta di fronte a noi nella saletta messa a disposizione per i nostri incontri, nel centro di accoglienza di Krnja\u010da, appena fuori Belgrado. Non \u00e8 il niqab a coprirle il volto ma la mascherina, come per tutti noi. Ha occhi bellissimi da ragazzina, sembra pi\u00f9 giovane dei suoi ventotto anni. \u201cQui mi sento pi\u00f9 libera, nel mio paese essere donna \u00e8 molto difficile.\u201d E poi, commuovendosi, dice qualcosa che la accomuna ai molti profughi che abbiamo incontrato: \u201cPotreste fare qualcosa per le donne afghane? Non abbandonatele per favore\u2026\u201d. Non parla per s\u00e9, Nur, ma si fa portavoce degli altri, delle altre. Nessuno chiede qualcosa per s\u00e9, parlano tutti al plurale. Quando le dico che ho fatto l\u2019attrice, le brillano gli occhi: \u201cAnche io vorrei fare l\u2019attrice, ho recitato in uno spettacolo insieme ad altri rifugiati come me.\u201d\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00abPer noi un paio di scarpe robuste e un cellulare fanno la differenza fra restare vivi e morire. Sono speranza, non un lusso\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo: \u00abQuando Nur ha abbassato la testa e per pudore si \u00e8 coperta i begli occhi pieni di lacrime, ho provato un sentimento violento e molto particolare che \u00e8 di pena e tenerezza miste a una paradossale gioia. Esatto, gioia. Scriveva H\u00f6lderlin che invano noi ci sforziamo di dire gioiosamente il gioioso; ed ecco che, infine, nel lutto esso si esprime. E\u2019 proprio cos\u00ec, dal dolore di questa gente talvolta si sprigiona una imprevedibile vitalit\u00e0, un\u2019esultanza che si trasmette a chi sta loro vicino. Sono momenti toccanti o anche divertenti che, mi dispiace per loro, i frustrati detrattori delle attivit\u00e0 umanitarie, impegnati a demolire ogni minimo accenno di solidariet\u00e0, in vita loro non proveranno MAI. Per esempio, da noi in Italia spesso vengono presi a bersaglio i migranti solo perch\u00e9 possiedono un cellulare. Ma il giornalista serbo Momir Turudic lo spiega benissimo: \u201cBe\u2019, un paio di scarpe robuste e un cellulare fanno la differenza tra restare vivi e morire, per chi deve percorrere centinaia di chilometri a piedi in posti sconosciuti. Non sono un lusso, ma la sola speranza di sopravvivere.\u201d\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abGli spettacoli di cui ha parlato Nur sono spesso opera di Branka Katic, un\u2019attrice serba molto nota, che ha preso a cuore la causa dei rifugiati e collabora regolarmente con UNHCR organizzando seminari di recitazione. Non \u00e8 un attivismo di facciata il suo, basta parlare un po\u2019 con lei per essere contagiati dal suo fervore: \u201cI spread all over my blonde enthousiasm!\u201d dice ridendo. \u00c8 bella gente quella che si occupa di queste cose, c\u2019\u00e8 poco da fare. Come Nikola Kovacevic che offre assistenza legale ai migranti e combatte affinch\u00e9 vengano loro riconosciuti diritti spesso calpestati, offesi, o nel migliore dei casi ignorati. Una forza della natura l\u2019avvocato serbo, giocatore di pallanuoto, il classico tipo che vorresti avere accanto in un momento di pericolo. O la rappresentante dell\u2019UNHCR a Belgrado, un\u2019italiana, Francesca Bonelli, molto battagliera, che col suo lavoro sta creando opportunit\u00e0 di asilo e integrazione fino a poco tempo fa impensabili. Un futuro in Serbia, per esempio, potrebbero averlo tre ragazze del Burundi, Belyse, Lynda e Alice, che abbiamo incontrato al centro di Krnja\u010da. Sembrano sollevate, e sorridono quando gli chiediamo di abbassare le mascherine. Ci spiegano in un bel francese pulito che gli piacerebbe restare qui. Una di loro \u00e8 una psicologa. L\u2019atmosfera con loro si distende, si fa quasi giocosa. Non ci immaginavamo proprio di trovare qui ragazze africane: come la prima sera a Belgrado, Virginie, anche lei del Burundi, timida e bellissima, che studia biochimica all\u2019universit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il confine fra slovenia e italia \u00e8 impresidiabile. \u00abCi sono ventidue valichi e noi abbiamo tre pattuglie&#8230;\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo: \u00abL\u2019ambasciatore Carlo Lo Cascio con molta pazienza cerca di spiegare a noi profani la singolare posizione geopolitica della Serbia: in attesa del via libera per entrare a far parte dell\u2019EU, e al tempo stesso corteggiata da altri paesi, ovviamente la Russia, con cui il legame storico \u00e8 sempre forte. La statua dello zar Nicola II \u00e8 sempre l\u00ec, in Kralja Milana, a due passi dal Parlamento, e tutti i documenti ufficiali per legge vanno scritti in cirillico. Ora, sopratutto l\u2019Italia preme per l\u2019ammissione, del resto siamo il secondo partner commerciale della Serbia, tallonato dalla solita Cina. E\u2019 insomma un paese in bilico. \u201cNon dobbiamo aspettare che Russia, Cina e Turchia arrivino: sono gi\u00e0 qui,\u201d rammenta Lo Cascio. Eppure, penso io, c\u2019\u00e8 pi\u00f9 Europa qui che, poniamo, in Lettonia\u2026 anzi di storia europea qui ce n\u2019\u00e8 persino troppa! Putin intanto tiene ben aperta la sua corsia preferenziale nei Balcani: i serbi pagano il gas russo a una tariffa irrisoria, fuori mercato, e hanno la garanzia che Mosca e Pechino al consiglio di sicurezza ONU voteranno sempre no al riconoscimento del Kosovo. In tema di migrazioni la Commissaria europea per gli affari interni Ylva Johansson ha di recente definito l\u2019atteggiamento della Serbia \u201cumano e pragmatico\u201d, il che, commentiamo tra noi, \u00e8 un bel complimento se paragonato a quanto stanno combinando alcuni paesi membri, a cominciare da Ungheria e Polonia. (E in effetti da quel che abbiamo visto fin qui, ha ragione la Commissaria, la Serbia si sta comportando bene. Ha persino messo in piedi un\u2019Agenzia indipendente che si occupa specificatamente dell\u2019asilo. Resto convinto che pragmatismo voglia dire proprio questo: nessun manicheismo, non affrontare i problemi a colpi di slogan ma cercando di ridurre quanto pi\u00f9 possibile il danno e anzi tramutarlo in un\u2019occasione di crescita. Essere pragmatici forse significa semplicemente essere umani.)\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>BELGRADO-LUBIANA-TRIESTE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo:\u00abUn protagonista di questa breve incursione balcanica \u00e8 stato il fumo. I miasmi velenosi che ristagnavano nella stalla di Majdan, il fumo delle sigarette aspirate voluttuosamente negli interni di ogni ufficio o ristorante di Belgrado. Non ci siamo pi\u00f9 abituati, dai tempi in cui si fumava al cinema, e le volute azzurrine si stagliavano nei raggi del proiettore. Branka ci ricordava ridendo come persino nel gabinetto del suo dentista ci sia un posacenere, per fumare tra un\u2019estrazione e l\u2019altra. Aspettando l\u2019aereo, leggo un libro sugli dei greci, che, secondo l\u2019autore, Walter Otto, sono presenti in modo costante in ogni pensiero, decisione o azione intrapresa dagli uomini. E a Majden? Da quella spianata fangosa gli dei sembravano essersi dileguati, per orrore verso tanta miseria umana; oppure era un dio ignoto a spingere senza tregua quei disgraziati contro il filo spinato del confine ungherese, ogni giorno, e a non fargli sentire gli sfollagente dei poliziotti rumeni. Che nome dare a questo dio che suscita in uomini comuni una forza e una resistenza sovrumane? Tra quei migranti ce n\u2019era uno gi\u00e0 abbastanza anziano, capelli e baffi bianchi, pieno di cicatrici sulle ginocchia, sui polsi e sul costato: ebbene, aveva tentato gi\u00e0 trentotto volte. Trentotto volte respinto con le cattive. Appena decollati, dal finestrino vedo la Sava gettarsi nell\u2019immenso Danubio, che a Belgrado dicono verde invece che blu. Lubiana la troviamo sepolta dalla neve\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>FERNETTI, TRIESTE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo: \u00ab Il confine tra Slovenia e Italia \u00e8 impresidiabile. Lo afferma in tutta onest\u00e0 Fabio Soldatich, dirigente della polizia di frontiera a Fernetti, sopra Trieste. \u201cCi sono 22 valichi, e noi abbiamo tre pattuglie\u2026\u201d. E\u2019 quello che con soffice eufemismo viene definito un confine \u201cporoso\u201d. Dovrebbero tenerne conto, i patrioti che invocano la difesa a tutti i costi dei confini italiani: se ogni tanto si occupassero di realt\u00e0 e non di strillare slogan. E poi, difesa da chi? Da eserciti nemici? No, da qualche gruppetto di profughi e migranti. \u201cQui vai per asparagi selvatici\u2026 e ti ritrovi senza accorgertene in Slovenia.\u201d Uno pu\u00f2 immaginare che a condurre il business siano trafficanti delle solite nazionalit\u00e0, e invece no: non molto tempo fa hanno arrestato una cittadina tedesca che nascondeva tre indiani nel bagagliaio dell\u2019auto. Persino una pensionata slovena ci si \u00e8 messa, a trafficare uomini, \u00e8 molto redditizio, i prezzi sono andati alle stelle: se fino al 2015 dalla Grecia a qui pagavi tre o quattrocento euro, ora solo dalla Bosnia te ne chiedono fino a cinquemila. I respingimenti (chiamati in modo eufemistico \u201criammissioni\u201d) dal 2021 in Italia sono stati dichiarati illegittimi. E\u2019 il risultato di un fitto dialogo tra le nostre autorit\u00e0, l\u2019UNHCR e le altre associazioni affinch\u00e9 venisse riconosciuto il diritto a chiedere asilo dopo aver affrontato ogni tipo di violenza durante il viaggio. Prima, uno sorpreso alla frontiera italiana veniva ricacciato in Slovenia, gli Sloveni lo acchiappavano e lo portavano al confine con la Croazia, e i croati lo ributtavano in Serbia, cio\u00e8 fuori dall\u2019EU, in una specie di crudele gioco dell\u2019oca, dove un lancio di dadi sbagliato ti fa retrocedere di parecchie caselle, magari quando sei giunto a un passo dall\u2019arrivo. Succedeva persino che in Serbia o in Bosnia ci finisse, ricacciata indietro, gente che non ci era mai passata prima: i paesi appena fuori dall\u2019EU insomma usati come discariche umane, come secchi dell\u2019indifferenziata\u2026 E sono gli stessi poliziotti a essere un po\u2019 stufi della favola dell\u2019 \u201cinvasione\u201d. \u201cPerch\u00e9 se ne parla cos\u00ec tanto e se ne conosce cos\u00ec poco?\u201d si chiedono. (E poi, che strazio non riuscire mai a parlare delle cose, e invece starsi sempre a trastullare con la loro narrazione! Finiamola con \u2019sto mantra della narrazione! Le cose in fondo sono quello che sono.) Ora alla stazione di Fernetti ci sono cinque appena arrivati, due dal Punjab e tre dal Bangladesh. Attendono nel prefabbricato che da un po\u2019 di tempo ha sostituito i tendoni: facile immaginare che la bora se li sarebbe portati via, i tendoni. Sono piccoli uomini scuri e magri, mascherati, infreddoliti nelle coperte, ma abbastanza vispi. Il loro viaggio dal delta del Gange fino al Carso triestino \u00e8 durato, in media, da due a tre anni. Entra il medico a fargli il tampone. Poi la quarantena. Nel 2021 ne sono arrivati qui, in tutto, novemila\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abLa sindrome da stress post traumatico \u00e8 un elemento poco considerato nell\u2019anamnesi,\u201d ci dice Michele Carraro, medico volontario dell\u2019associazione Donk, che incontriamo a Casa Malala, il centro di accoglienza al confine italo-sloveno. \u201cIl limitato numero di personale medico finiva per produrre visite frettolose, orientate soprattutto alla diagnosi di patologie infettive, come la tbc o la scabbia. Ora stiamo cercando di esaminare anche l\u2019aspetto psicologico, ad esempio le conseguenze delle torture subite, un flagello finora poco evidenziato.\u201d\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo: \u00abGli stati patologici che i medici di DonK riscontrano a prima vista sono piaghe a piedi e gambe, affezioni delle vie respiratorie, enteriti dovute all\u2019acqua contaminata, e poi ferite di ogni tipo (da arma da taglio o da fuoco, ustioni da sigaretta o da metallo arroventato\u2026). Ci raccontano la storia incredibile di un iraniano, un uomo facoltoso, dirigente d\u2019industria, ma oramai quasi cieco per una retinite pigmentosa incurabile, che non sono riusciti a trattenere: voleva a tutti i costi raggiungere la Germania o l\u2019Inghilterra, incurante del suo stato (torna in mente il commovente personaggio interpretato da Donald Pleasance nel film La grande fuga\u2026). Quindi \u00e8 riuscito a partire da Trieste tutto solo e ci ha telefonato da Parigi, s\u00ec, dalla Gare de Lyon, un vero miracolo che ci fosse arrivato. Ma la stazione stava chiudendo per la notte, si \u00e8 trasferito nei sotterranei del Metro, lo hanno mandato via anche da l\u00ec, e ha dormito sotto una pensilina, poi la mattina \u00e8 riuscito a prendere il treno per Francoforte\u2026 \u201cVoglio trovare una cura per la mia anima, non per i miei occhi.\u201d Carraro sospira. \u201cE\u2019 cos\u00ec: quando uno di loro sente che deve andare, va. Qualunque impedimento, qualsiasi malattia abbia, niente riesce a fermarlo. Trova un\u2019energia che non possiamo nemmeno immaginare\u2026\u201d \u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Gli afghani si mettono in viaggio a 12 o 13 anni e arrivano qui a 17, magari sono nati in esilio, da genitori scappati in pakistan o in Iran<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abIncontriamo un ragazzo pakistano, arrivato da tre mesi dopo avere attraversato le classiche tappe. Quando ha lasciato il suo paese, quattro anni fa, aveva 17 anni. \u201cAvevi paura quando hai cominciato il viaggio?\u201d \u201cS\u00ec, molta. Sapevo che sarebbe stato difficile.\u201d \u201cCosa ti sei portato da casa?\u201d \u201cNulla. Uno zaino e il cellulare che mi \u00e8 stato sequestrato in Iran\u2026\u201d \u201cI momenti pi\u00f9 difficili?\u201d \u201c\u00c8 sempre difficile\u201d. \u201cTi sei pentito di essere partito? \u201cSinceramente s\u00ec. Al mio paese avevo una vita. Studiavo, il mio sogno era diventare medico. Adesso non ho pi\u00f9 sogni.\u201d \u201cCosa ti ha insegnato questo viaggio?\u201d \u201cHo imparato come si vive la vita.\u201d Nei racconti le voci sono sempre pacate, quasi distaccate. Solo gli occhi denunciano. Viene da chiedersi quali sentieri tortuosi abbiano preso i sentimenti negativi. Ed \u00e8 difficile la posizione di chi ascolta, non solo per la complessit\u00e0 del racconto che si percepisce essere parziale per un\u2019infinit\u00e0 di intuibili ragioni: paura, sofferenza, desiderio di rimozione \u2013 ma anche perch\u00e9 l\u2019ascolto ti induce a non restare indifferente, a fartene carico\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo: \u00abSiamo al ICS (Italian Center of Solidarity) di Trieste, ad ascoltare storie. Gli Afghani partono a 12 o 13 anni e arrivano qui a 17, magari sono nati gi\u00e0 in esilio, da genitori scappati in Pakistan o in Iran, e il loro paese d\u2019origine non l\u2019hanno visto mai. Hanno capelli nerissimi e occhi verdissimi, quella miscela sconcertante dalle nostre parti dove i colori vanno perlopi\u00f9 assieme alla carnagione \u2013 biondi con occhi chiari e bruni con occhi neri. La storia burrascosa di Najib \u00e8 quella di un ragazzo pashtun che deve scappare per una faida locale: \u00e8 il primogenito di una famiglia facoltosa, e l\u00ec, a Swat, in Pakistan, rischia la pelle, dunque il padre lo obbliga a partire. \u201cAttraverso il Belucistan arrivo in Iran. Non avevo idea di dove stessi andando. Sempre da solo viaggio in Iran, a piedi e in macchina, ci metto quindici giorni, e poi da l\u00ec passo in Turchia.\u201d In Turchia se la vede brutta con una banda di Curdi armati di coltello, quindi, arrivato quasi al confine tra Turchia e Grecia, in mezzo a un bosco, un gruppo di afghani lo sequestra. Lo tengono prigioniero per due settimane e chiedono diecimila euro di riscatto al padre (pi\u00f9 tardi Daniel, eritreo dell\u2019UNHCR, ci spiegher\u00e0 come funzioni, tra trafficanti e banditi, questo sistema di trasferimento anche di grosse somme di denaro attraverso dei complici locali, in maniera difficile da tracciare\u2026). Una volta ricevuti i soldi, i rapitori di Najib ne chiedono ancora, e per questo rifiutano l\u2019offerta di un altro gruppo di banditi afghani che volevano comprarsi Najib per mille euro e gestire loro l\u2019ostaggio. \u201cMi puntavano il coltello alla gola e mi dicevano: chiama i tuoi genitori e digli che sei in Grecia, digli che sei in Francia\u2026\u201d\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I profittatori si presentano sempre in coppia, fingendo di prestare aiuto, come il gatto e la volpe<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per fortuna sono sempre fatti di droga fumata con la shisha, sicch\u00e9 una notte Najib, mentre quelli dormivano, riesce a scappare forzando a calci le sbarre alla finestra. Attraversato il fiume Evros, riesce a entrare in Grecia, dove rester\u00e0 a lungo lavorando per dodici ore al giorno la terra e raccogliendo olive. Da l\u00ec, a piedi, in Macedonia, da dove viene respinto tre volte, ma poi riesce a farcela in treno, e quindi in Serbia. \u201cQuanto tempo sei rimasto in Serbia?\u201d gli chiediamo. Non riesce a rispondere. Dice solo: \u201cQuando viaggi, non sai che giorno \u00e8, che anno \u00e8\u2026\u201d (ed ecco che alle nostre orecchie di colpo assume tutto un altro significato la famosa canzone di Lucio Battisti\u2026). Comunque rimane almeno un mese a Presevo, e poi da l\u00ec raggiunge la Bosnia, dove trascorrer\u00e0 un anno e mezzo. \u201cCosa cercavi?\u201d \u201cUn paese dove vivere tranquillo,\u201d risponde. Da questo punto in poi si sussegue una ventina di \u201cgame\u201d quasi sempre falliti per attraversare Croazia e Slovenia e raggiungere in Italia, ma quando ci riesce, la prima volta, viene respinto indietro fino alla Bosnia. Il 18 ottobre scorso, oramai ventiquattrenne, approda di nuovo in Italia. \u201cBevi il tuo caff\u00e8, prima che si freddi\u2026\u201d Per farlo si abbassa un istante la mascherina. Una faccia simpatica. \u201cIn tutto questo tempo,\u201d gli chiediamo, \u201chai mai incontrato una persona buona, che ti abbia aiutato?\u201d Scuote la testa. \u201cNo.\u201d \u201cNemmeno una su cento?\u201d \u201cForse una s\u00ec.\u201d Dunque le altre novantanove no. All\u2019inizio del suo racconto aveva messo in mezzo i Talebani, come motivo della sua fuga, ma poi li ha lasciati cadere. Il nostro interprete ce lo conferma: anche lui, che ora vive e lavora in Italia da anni, al suo arrivo qui aveva usato la parola magica \u201cTalebani\u201d, per ottenere attenzione, comprensione\u2026 \u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00abCosa ne sar\u00e0 di questi adolescenti che non hanno avuto infanzia? Dove finisce la loro rabbia?\u00bb<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: Entra Aida, una delle poche ragazze incontrate fin qui. Marocchina. Porta con s\u00e9 forza e freschezza, e regala sorrisi che neanche la mascherina riesce a nascondere. Ha voglia di parlare e sa come farsi ascoltare, un dono che deve esserle stato utile per superare le peripezie che la vita le ha riservato. A 19 anni, incinta, parte da Fez insieme a Osama, il suo ragazzo, per sfuggire alle vessazioni degli zii materni (ricorrono spesso nelle storie queste figure di zii brutali\u2026). La mamma e la nonna coprono la fuga e le danno 4000 euro. Nessuna meta precisa, la scelta cade su paesi che non richiedono il visto. Comprano un biglietto per Istanbul, appena arrivati vengono intercettati da due figuri (altre presenze ricorrenti\u2026) che promettono loro aiuto per andare in Italia in cambio di 1000 euro. Saranno invece sequestrati e chiusi in una stanza da cui riescono a fuggire gettandosi dalla finestra. Lei perde sangue. \u00c8 l\u2019inizio di una serie di sventure: intercettati dalla polizia turca vengono nuovamente derubati dagli stessi poliziotti, poi aiutati da una famiglia di palestinesi che si offre di traghettarli in Grecia, lei per\u00f2 sta troppo male e finisce in ospedale. Le fanno un raschiamento senza anestesia. Senza pi\u00f9 un soldo, Aida e Osama vivono a Istanbul da clochard, chiedendo l\u2019elemosina. Li attendono due anni di marcia lungo il classico percorso balcanico: Grecia, Albania, Montenegro, Bosnia (\u201cil paese pi\u00f9 razzista\u201d), Croazia (\u201ci poliziotti pi\u00f9 cattivi, ti rubano pure le scarpe\u2026\u201d), Slovenia. Nel frattempo era rimasta di nuovo incinta, e le vengono le doglie in mezzo alla foresta slovena, ma fortunatamente trova rifugio in una casa isolata (\u201csembrava un\u2019apparizione!\u201d) il cui proprietario \u00e8 un infermiere che la aiuta a partorire. Un parto miracoloso che richiama l\u2019attenzione dei media sloveni (Aida ci mostra orgogliosa l\u2019articolo di un giornale). Finalmente, l\u2019arrivo a Trieste. \u201cLa storia sarebbe molto pi\u00f9 lunga ma non vi racconto tutto perch\u00e9 la sto scrivendo, nel mio libro!\u201d. E sorride. Sembra felice, ora.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Italia le piace, ha chiesto asilo, la figlia va a scuola e impara la nostra lingua. Si sta integrando. Siamo stanchi e provati, dal viaggio, dai racconti, da ci\u00f2 che abbiamo visto. Ascoltiamo ancora un ragazzo. Pakistano, arrivato in Italia da due anni, con lo statuto di rifugiato a tutti gli effetti. Ha il volto seminascosto dalla mascherina e dal cappuccio della felpa che non vuole togliere. Il suo racconto \u00e8 sovrapponibile a tanti altri: stesso iter, uguali i passaggi. Mentre parla mi accorgo di non avergli posto la domanda rituale: \u201cQuanti anni avevi quando sei partito?\u201d. La sua risposta proietta tutto ci\u00f2 che ha detto fino a quel momento in un pozzo ancora pi\u00f9 nero e profondo: \u201cTredici anni\u201d. Tredici anni. Il lungo viaggio che dal Pakistan lo ha portato in Italia \u00e8 fatto di solitudine, paura e incredulit\u00e0. Affidato a dei passeurs che lo scaricano in Turchia (dopo aver attraversato a piedi l\u2019Iran), si ritrova a Istanbul, non conosce nessuno e come da copione finisce nelle grinfie di due uomini (si presentano sempre in coppia, come il Gatto e la Volpe), che prima gli offrono aiuto poi gli chiedono dei soldi. Arriva in Grecia, lo ferma la polizia e lo spedisce in un campo profughi dove resta 18 mesi senza poter uscire. Poi va a Salonicco, dorme all\u2019aperto, nel parco. Un quarantenne lo vede e gli offre aiuto, lui ha paura, non si fida, ma l\u2019altro \u00e8 rassicurante e allora lo segue. Lo ospita alcuni giorni e gli trova lavoro nei campi dove per\u00f2 viene sfruttato e mal pagato (\u201clavoravo dalla mattina alla sera e i soldi guadagnati servivano a malapena per vitto e alloggio\u201d). Sballottato da una parte all\u2019altra, si unisce a un iraniano che gli procura un passaggio in Macedonia: i trafficanti lo lasciano a due chilometri da un campo profughi serbo dove resta alcuni giorni. Da l\u00ec riparte insieme a una famiglia araba diretta a Belgrado, dove altri passeurs garantiscono un passaggio in Bosnia. Alla stazione delle corriere viene derubato di tutto ci\u00f2 che possiede: soldi e cellulare. Riesce comunque a partire per la Bosnia, ma non c\u2019\u00e8 posto nel campo profughi che dovrebbe accoglierlo e trova rifugio in un casolare abbandonato. Tenta trentacinque game per avvicinarsi all\u2019Italia. Attraversa la Bosnia in soli 13 giorni, a piedi, insieme ad altri dodici, sette dei quali mollano per il freddo o perch\u00e9 fermati dalla polizia. Lui resiste e continua la marcia attraverso i boschi sloveni. Il 5 dicembre 2019 arriva in Italia. Ha sedici anni\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Edoardo:\u00ab Nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria di Trieste Lorena Fornasir si reca ogni pomeriggio verso le quattro tirandosi dietro un carrellino con le medicazioni. Arrivano qui alla spicciolata, coi piedi congelati. Le ferite procurate durante il game stentano a rimarginare. Lorena presta ai nuovi giunti il pronto soccorso. Quella che lei e suo marito Gian Andrea Franchi \u00e8 un\u2019azione che per\u00f2 si vuole politica e non solo umanitaria, una forma di attivismo e non di semplice volontariato. Nel novembre scorso, il gip ha archiviato un procedimento a loro carico per favoreggiamento dell\u2019immigrazione clandestina. I due erano stati indagati e considerati (in modo alquanto inverosimile\u2026) nientemeno che il terminale italiano di un\u2019organizzazione internazionale di trafficanti: e tutto ci\u00f2 per aver ospitato due notti una coppia iraniana con bambini, e per averli facilitati nell\u2019acquisto di un biglietto ferroviario per la Germania&#8230; Lorena davanti alla stazione di Trieste si prende cura delle piaghe fisiche, ma \u00e8 una psicoterapeuta, e si chiede: \u201cCosa ne sar\u00e0 di questi adolescenti che non hanno avuto infanzia? Dove finisce la loro rabbia?\u201d\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Francesca: \u00abUltimo giorno a Trieste, spazzata da una bora gelida. Chiss\u00e0 in quanti lass\u00f9, oltre il profilo delle colline carsiche, oggi proveranno il \u201cgame\u201d. Il senso di impotenza fa un male fisico, hai voglia a raccontare, ma sai che non basta, sai che chi la pensa come te non ha forse bisogno di parole (anche se credo si debba inventarne di nuove, quelle pronunciate tante volte hanno perduto il loro significato a forza di ripeterle\u2026) e gli altri non vogliono sentirle. Le parole non sono sufficienti. Ma quando vedi con i tuoi occhi, ti accorgi quanto l\u2019orrore e la bellezza siano pi\u00f9 vicini di quanto si riesca a immaginare, di quanto la disprezzabile umanit\u00e0 sia capace persino in quei frangenti di mostrare un\u2019invincibile bellezza\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Puoi sostenere UNHCR andando su unhcr.it, attraverso bonifico bancario intestato a UNHCR IBAN:<br \/>IT84R0100503231000000211000 oppure con bollettino postale sul conto corrente postale intestato a UNHCR Numero: 298000<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Border game, vite sospese sulla rotta balcanica. 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